Ho riflettuto a lungo sul legame tra cibo e cinema, e sono sempre più convinta che non si tratti di un rapporto a senso unico.
L’ho ribadito ieri al TTG a Rimini.
Il cibo non è più soltanto contorno della scena, ma protagonista. Non accompagna la narrazione: la genera.
Così come nel turismo oggi il cibo non è più un accessorio, ma un vero driver di sviluppo esperienziale e culturale, anche nel cinema il cibo si impone come veicolo di significati profondi: agronomici, sociali, nutrizionali, etici, estetici.
Il cibo è politica, perché racconta disuguaglianze, potere, sostenibilità.
È estetica, perché seduce con la bellezza e il piacere sensoriale.
È etica, perché rimanda a scelte di responsabilità verso l’ambiente e la comunità.
E il cinema – linguaggio visivo per eccellenza – è lo strumento più potente per dare voce a tutto questo.
Ma vale anche il contrario: il cibo è una straordinaria risorsa per il cinema.
Con la sua forza simbolica e sensoriale, aiuta il cinema a parlare del mondo.
Di fame e di eccesso, di identità e di memoria, di desiderio e di sopravvivenza.
E allora mi chiedo, con un pizzico di ironia: chi guadagna davvero da questo rapporto?
Il cinema, che trova nel cibo una miniera di storie?
O il cibo, che attraverso il cinema diventa messaggio, cultura, persuasione, influenza?
Forse entrambi.
Perché alla fine, il cibo – come il cinema – non nutre solo il corpo, ma la mente, l’immaginario, la coscienza collettiva.
Francesca Petrini




