Ho riflettuto a lungo sul legame tra cibo e cinema, e sono sempre più convinta che non si tratti di un rapporto a senso unico.

L’ho ribadito ieri al TTG a Rimini.
Il cibo non è più soltanto contorno della scena, ma protagonista. Non accompagna la narrazione: la genera.

Così come nel turismo oggi il cibo non è più un accessorio, ma un vero driver di sviluppo esperienziale e culturale, anche nel cinema il cibo si impone come veicolo di significati profondi: agronomici, sociali, nutrizionali, etici, estetici.

Il cibo è politica, perché racconta disuguaglianze, potere, sostenibilità.
È estetica, perché seduce con la bellezza e il piacere sensoriale.
È etica, perché rimanda a scelte di responsabilità verso l’ambiente e la comunità.

E il cinema – linguaggio visivo per eccellenza – è lo strumento più potente per dare voce a tutto questo.
Ma vale anche il contrario: il cibo è una straordinaria risorsa per il cinema.
Con la sua forza simbolica e sensoriale, aiuta il cinema a parlare del mondo.
Di fame e di eccesso, di identità e di memoria, di desiderio e di sopravvivenza.

E allora mi chiedo, con un pizzico di ironia: chi guadagna davvero da questo rapporto?
Il cinema, che trova nel cibo una miniera di storie?
O il cibo, che attraverso il cinema diventa messaggio, cultura, persuasione, influenza?
Forse entrambi.
Perché alla fine, il cibo – come il cinema – non nutre solo il corpo, ma la mente, l’immaginario, la coscienza collettiva.

Francesca Petrini

Francesca Petrini parla di CINEFOOD al TTG 2025 Rimini
Fondazione Marche Cultura, Marche Film Commission, Cna Marche, Cna Unione Nazionale Agroalimentare al TTG 2025
Francesca Petrini con Cecilia Romani Adami, responsabile progetto “Dimore in cerca d’autore”
Da sinistra Claudio Salvi, Francesca Petrini, Anna Olivucci, Cecilia Romani Adami, Maurizio Paradisi, Andrea Agostini, Alessandro Tarabelli, Luca Paciaroni